Il Focolare

Buongiorno e ben tornati su “GiardinoWeb”,ancora neve stamattina come annunciato dalle previsioni metereologiche , e naturalmente con un tempaccio del genere ho preparato un articolo dedicato al focolare,firmato da: Giorgio Maria Cambiè.
Il periodo invernale, con le sue uggiose giornate bigie e con il freddo pungente che limitava i lavori in campagna e che costringeva al tepore delle stalle, era nel passato «riscaldato» dal calore e dall’atmosfera del fuoco, sia del focolare domestico che di quello acceso all’aperto in occasione di varie ricorrenze.
Il focolare era il centro della vita familiare
«II fuoco nella tradizione popolare della campagna, come nelle antiche tradizioni e nella mitologia (scriveva l’insigne folklorista Paolo Toschi, 1893-1974) era simbolo di energia vitale, di purificazione e di gioia».
Il focolare stesso era il centro, l’anima della vita familiare. Questo era tanto vero che in passato, in Sardegna, in provincia di Nuoro, le partorienti cercavano di dare alla luce le loro creature presso il focolare; ed il folklorista sardo Giovanni Spano (1803-1878) racconta che sua madre reputò di felice augurio averlo partorito presso il focolare della casa.Ancora nella Grecia antica la cerimonia chiamata anfidromia prevedeva che alla nascita di un bambino, il padre, presolo in braccio, girasse per tre volte attorno al focolare domestico, per legittimare con questa cerimonia il neonato.
Il fuoco nelle ricorrenze religiose
Ma il fuoco aveva anche aspetti di sacralità ben visibili nelle ricorrenze del Natale, dell’Epifania e del Calendimarzo.E’ nota a tutti, e forse qua e là è ancora praticata, l’usanza del ceppo di Natale. La sera della vigilia il capofamiglia metteva sul focolare un grande ceppo, fatto meticolosamente seccare nei mesi precedenti, lo rincalzava con alcuni pezzi di legno più piccoli (in Abruzzo 12 erano i pezzi, per ricordare il numero degli Apostoli), quindi, dopo il calar del sole, lo accendeva curando che bruciasse per tutta la notte.Questa usanza era diffusa in tutta la penisola, con manifestazioni pressoché identiche nelle varie regioni.Il fuoco, poi, era l’indiscusso protagonista di un’altra ricorrenza, quella dell’Epifania, in occasione della quale nel Veneto grandi mucchi di sterpaglie, paglia e legna (chiamati, a seconda dei luoghi, burièl, bruièl, buricolò) venivano e vengono ancora oggi arsi la sera del 6 gennaio. Talvolta alla sommità di questi mucchi veniva posto un fantoccio di stracci, «la vecia» . Quando si accendeva il falò, si guar
davano le scintille che il fuoco sprigionava e si cantavano strofette augurali
come questa: Carga, targa; bat e bat / ogni falìa un grap. (Carica, carica; batti e batti / ogni scintilla un grappolo).Il grido di targa (carica) era rivolto alla vigna, perché si «caricasse» di grappoli.In Romagna, a Forlì, è ancora oggi viva la devozione per la Madonna del Fuoco, la cui festività cade il 4 febbraio. Diceva Michele Placucci (1782-1840), medico e studioso di folklore: «per la Madonna del Fuoco di Forlì i contadini fanno de’ fuochi dal piano al colle, e cantano: Ligrezza, ligrezza / Madunena banadetta / Madunena da Forlè Ife allegrezza ancor a me». (Allegrezza, allegrezza / Madonnina benedetta / Madonnina di Forlì / porta allegrezza anche a me).
Il fuoco come simbolo di energia vitale e di fertilità.
Ecco cosa riporta lo stesso Placucci in occasione di un’altra cerimonia invernale, quella del Calendimarzo: «Nelli detti tre primi di marzo, ed ultimi tre di febbrajo, tutti li ragazzi costumano sull’imbrunire della sera di fare lume a marzo; abbruciando ne’ campi in vicinanza della casa varj mucchi di paglia, e cantando la seguente canzone: Lom, lom a merz / ogni spiga fèza un berch / un berch, un barcarol / ogni spiga un quartarol … » (Lume, lume a marzo / ogni spiga produca una bica/ una bica, una bichetta / ogni spiga un quartarolo… .
Tale canzone ha per oggetto auguri propizi per un copioso raccolto.
Nelle valli del Trentino e nel veronese la cerimonia si svolge in modo un po’ differente; ecco una testimonianza del poeta Giovanni Prati (1814-1884), che l’ha descritta anche in una sua lirica:
«E’ costume di alcune valli del Tirolo, che nella prima sera di marzo i giovani del paese salgono sul più vicino colle, e acceso un gran fuoco per essere veduti in lontananza dalle amanti loro, levano gridi e canzoni d’allegrezza, accoppiando i nomi delle fanciulle e degli innamorati, con desiderio che presto si celebrino le nozze».
Le teorie interpretative di queste usanze sono due: l’una vede nei falò la sopravvivenza di un antico culto del fuoco, o del sole; l’altra vi riconosce solo il valore magico curativo, sul principio che il fuoco purifica e quindi elimina ciò che è cattivo, e non lascia sussistere se non ciò che è buono e santo.
Si tratta comunque di riti essenzialmente purificatori intesi a propiziare una buona annata agricola nella stagione che va ad aprirsi.

This entry was posted on martedì, gennaio 26th, 2010 at 11:20 and is filed under Intorno al giardino. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed.You can leave a response, or trackback from your own site.

































































































